pdfLiberamente tratto da un racconto di Edward Plunkett
Adattato a studenti di italiano di livello intermedio

 

 

Una piccola strada di Parigi. Un portone di colore verde. Sopra una targa, con la scritta “Ufficio Scambi dei Mali”.
Entro e mi avvicino al vecchio uomo seduto su uno sgabello vicino al bancone. Un uomo grasso, dall’aspetto malvagio, con le guance cascanti e un’aria colpevole. Ha gli occhi sempre fissi, come un drogato o un morto. Sembra una di quelle lucertole, che stanno immobili su un muro e poi scattano all’improvviso.
In questo strano negozio, paghi venti franchi per entrare e poi puoi scambiare con chiunque un male, un grattacapo, una sfortuna.
Sul fondo di questo orribile locale ci sono quattro o cinque uomini che gesticolano e borbottano mentre contrattano. Ogni tanto ne entra qualcun’altro, mette nella mano flaccida del vecchio una moneta di venti franchi. Il vecchio morde la moneta con lo sguardo fisso nel vuoto e la mente completamente assente.
Gli affari che si concludono in questo negozio mi sembrano assolutamente straordinari. Anche se il vecchio mi ripugna, non resisto alla curiosità. Inizio una conversazione con lui.
Mi accorgo che parla un inglese perfetto, anche se ha un tono roco e pesante.
– Sono in affari da molti anni. – mi dice. – Tutti i miei clienti concludono sempre il loro affare. Non mi interessa cosa scambiano tra di loro. L’importante è scambiare una cosa malvagia. Non ho il potere di trattare altri tipi di affari. In questo negozio può essere scambiato qualunque male. Non ho mai visto nessun tipo di male che non fosse negoziabile.
– Ma quanto tempo ci vuole per trovare una persona disposta allo scambio? – gli chiedo.
– A volte si riesce a concludere in giornata. A volte bisogna ritornare per alcuni giorni, e ogni giorno si paga venti franchi. Ma alla fine ognuno riesce a scambiare i propri “beni”.
“Beni”. La parola terribile usata dal vecchio. Per il suo commercio i “mali” sono dei “beni”.
– Una volta ho conosciuto un cliente che ha scambiato la propria saggezza con la follia – aggiunge il vecchio.
– Ma perché ha fatto una cosa del genere?
– Non sono affari miei. Io mi limito a prendere i miei venti franchi e a ratificare l’accordo scritto. So solo che l’uomo che ha scambiato la sua saggezza è uscito dal negozio con un’aria felice sul volto. L’altro invece è uscito con un’aria preoccupata e pensierosa. Di solito i clienti scambiano mali opposti. E una volta fatto lo scambio nessuno torna più nel negozio.
– Come mai non tornano più?
– Non lo so. Nessuno è tornato mai più.
Sono incuriosito da questa cosa. Come mai nessuno è più tornato in quel negozio? Per questo motivo, per pura curiosità, decido di provare anch’io a trattare un affare sul retro del misterioso negozio. Non ho nessuna fiducia in questo genere di scambi. Li considero delle fantasie prive di qualunque valore. Ma per curiosità decido di scambiare un piccolo fastidio. Fra qualche settimana devo ritornare in Inghilterra, ed ho paura del mal di mare. Decido di scambiare questa paura. Non il vero disagio, il fastidio che si prova quando il mare è agitato, ma solo la paura di questo.
Lo dico al vecchio. Questo mi risponde ironicamente: – Ma è una cosa ridicola, insignificante. In questo negozio si scambiano mali molto più grandi. Una volta è venuto un uomo che per sbaglio aveva bevuto del veleno e gli restavano solo dodici ore di vita. Voleva scambiare la morte. Sono riuscito a far accettare lo scambio ad un cliente.
– Ma che cosa ha scambiato con la morte? – gli domando sorpreso.
– La vita. – risponde il vecchio soffocando una risata.
– Deve essere stata una vita orribile.
– Non lo so. Non era affare mio.
Per una settimana ritorno al negozio due volte al giorno, pagando ogni volta venti franchi. In attesa di trovare qualcuno disposto a scambiare la mia paura per il viaggio in mare, assisto ad ogni genere di affare, fra i più curiosi. Ogni tanto due persone concludono un affare e si recano nella stanza sul retro, insieme al vecchio che li segue per ratificare il contratto.
Poi un giorno incontro un uomo tranquillo che vuole scambiare un piccolo bisogno. Sembra proprio adatto a me. Lui ha paura degli ascensori. Ha paura che l’ascensore precipiti nel vuoto. Io conosco bene i meccanismi dell’ascensore e i suoi sistemi di sicurezza. So che questa paura è ingiustificata. Ma non è affare mio curare la sua sciocca paura. D’altro canto lui non deve attraversare il mare e io posso sempre salire le scale a piedi. Mi sembra un buon affare. Tutti e due accettiamo lo scambio e andiamo sul retro insieme al vecchio per firmare la pergamena.
Quando rientro in albergo mi chiedono se voglio salire sull’ascensore. Ci entro senza pensarci. La forza dell’abitudine. Ma quando l’ascensore parte, sono assalito dal terrore. Stringo i pugni e trattengo il fiato per tutto il tragitto. Non prenderò mai più l’ascensore in vita mia. È stata un’esperienza terrificante.
Se invece penso al viaggio di ritorno, sento che non ho più paura del mare. So che non soffro più il mal di mare. Non chiedetemi come faccio a saperlo. So che è così.
Il giorno dopo decido di ritornare al negozio. Il vecchio aveva detto che nessuno è mai ritornato dopo aver concluso un affare. Proprio per questo motivo decido di andare ancora una volta. Ci sono andato due volte al giorno per una settimana. Conosco la strada a memoria. Ricordo perfettamente il portone verde con l’insegna, situato tra un negozio con le colonnine dipinte di rosso e dall’altro lato un gioielliere che vende spille.
Trovo il negozio con le orribili colonnine e anche il gioielliere. Ma la casa con il portone verde non c’è più. L’hanno demolita in una notte? No. Non può essere questa la risposta, perché il negozio con le colonnine e quello del gioielliere sono affiancati l’uno all’altro.

 

Liberamente tratto da un racconto di Edward Plunkett
Adattato a studenti di italiano di livello intermedio