pdfLiberamente tratto da un racconto di Guy de Maupassant
Adattato a studenti di italiano di livello intermedio (B1-B2)

 

È una di quelle ragazze belle e seducenti che nascono, come per un errore del destino, in una famiglia d’impiegati. È senza dote, senza speranze, non ha alcuna possibilità d’essere conosciuta, capita, amata e sposata da un uomo ricco e raffinato. E si accontenta di sposarsi a un impiegato del ministero della Pubblica Istruzione.
Non può permettersi abiti di lusso e si veste con semplicità. Ma si sente infelice e umiliata perché la sua bellezza, la grazia e il fascino non l’aiutano ad avere una vita migliore.
Soffre di continuo, per la povertà del suo appartamento, per la miseria delle pareti, per le sedie consumate e la per la bruttezza delle stoffe. Tutte queste cose la torturano e la irritano.
Sogna grandi anticamere silenziose, decorate con parati orientali, illuminate da candelabri di bronzo. Pensa a grandi sale rivestite di sete antiche, mobili pregiati, salotti raffinati dove trascorrere pomeriggi con gli amici più intimi, gli uomini più noti e ricchi, quelli che tutte le donne invidiano e desiderano.
Quando si siede a cenare alla tavola tonda, coperta dalla stessa tovaglia da tre giorni, di fronte al marito che scoperchia la zuppiera ed esclama estasiato: – Ah, che bella minestra!... Non c’è nulla di meglio... – lei pensa a pranzi raffinati, a lucida argenteria, a vivande squisite servite in meravigliosi piatti.
Non ha vestiti belli, non ha gioielli. E sono le sole cose che le piacciono. Cose per le quali si sente nata. Desidera tanto essere invidiata, seducente, corteggiata.
Una sera suo marito torna a casa trionfante, con in mano una grande busta.
– Tieni, – dice – ecco una cosa per te.
Lei strappa nervosamente la busta e tira fuori un cartoncino sul quale c’è scritto: «Il ministro della Pubblica Istruzione e la signora Ramponneau hanno l’onore d’invitare i signori Loisel alla serata che si svolgerà lunedì 18 gennaio nel palazzo del ministero»
Invece di essere contenta, butta l’invito sulla tavola, mormorando: – Che me ne faccio?
– Ma, tesoro, non ti fa piacere? Non andiamo mai in nessuno posto. Questa è un’occasione magnifica. Ho dovuto faticare molto per ottenere questo invito. Ce ne sono pochi per gli impiegati. Ci saranno tutte le persone più importanti.
Le lo fissa corrucciata e dice: – E cosa devo mettermi addosso, per andare in un posto così?
– Il vestito che ti metti per andare a teatro. Mi sembra molto bello e...
Ma Loisel si zittisce nel vedere sua moglie piangere. Due lacrime colano lentamente dagli angoli degli occhi agli angoli della bocca.
– Che succede? Che hai? – chiede Loisel.
Con un sforzo Mathilde si controlla per rispondere con voce normale, asciugandosi le guance umide:
– Nulla. Soltanto che non ho vestiti e alla festa non ci posso venire. Regala l’invito a qualche tuo collega con una moglie messa un po’ meglio di me.
Loisel dispiaciuto dice: – Ma dai, Mathilde... quanto può costare un vestito decente, che puoi usare anche in altre occasioni? Qualcosa di semplice...
Lei riflette per qualche istante. Fa i conti e pensa a una somma che può chiedere, senza spaventare suo marito e provocare un rifiuto.
Alla fine, esitando risponde: – Non so con certezza, forse posso farcela con quattrocento franchi.
Loisel impallidisce leggermente, perché ha messo da parte proprio quella somma, per comprarsi un fucile da caccia.
Tuttavia risponde: – Va bene. Ti do quattrocento franchi. Ma cerca di farti fare un bel vestito.
S’avvicina il giorno della festa e la signora Loisel sembra triste, inquieta, preoccupata. Eppure il vestito è pronto. Una sera suo marito le chiede: – Che hai, Mathilde? Sono tre giorni che mi sembri un po’ strana.
– Mi dispiace di non avere nemmeno un gioiello, una pietra, una cosa qualunque da mettermi addosso. Chissà quanto sembrerò misera... Quasi quasi preferisco non andare alla festa.
– Puoi metterti dei fiori freschi, – propone lui. – Di questa stagione sono elegantissimi. Con dieci franchi ti puoi comprare due o tre rose magnifiche.
Mathilde non sembra convinta:
– No, no... Non c’è niente di più umiliante che apparire poveri in mezzo alle donne ricche.
– Quanto sei sciocca! Vai dalla tua amica, la signora Forestier, e fatti prestare un gioiello da lei. È una tua amica. Vedrai che ti aiuterà.
Lei fa un gridolino di gioia: – È vero. Non ci avevo pensato.
Il giorno dopo va dalla sua amica e le racconta tutto.
La signora Forestier prende un cofanetto dall’armadio a specchio, lo apre e dice alla signora Loisel: – Ecco, cara: scegli.
Mathilde vede dei braccialetti, una collana di perle, una croce veneziana d’oro e pietre. Si prova i gioielli davanti allo specchio. Esita, non sa decidersi.
– C’è dell’altro?
– Ma sì: cerca; non so che cosa preferisci...
Ad un tratto Mathilde scopre in una scatola di raso nero una collana di diamanti, magnifica. Quando la prende le tremano le mani. L’aggancia sopra il vestito e rimane a guardarsi allo specchio, in estasi.
Esitante e piena di paura chiede:
– Me la puoi prestare, questa, questa soltanto?
– Ma sì, certo...
Mathilde salta al collo dell’amica, la bacia con trasporto, e scappa con il tesoro.

Arriva la sera della festa. Per la signora Loisel è un trionfo. È la più bella di tutte, elegante, graziosa, sorridente, fuori di sé dalla gioia. Tutti gli uomini la guardano, chiedono di lei, cercano di conoscerla. Tutti i segretari di gabinetto la invitano a ballare il valzer. La nota perfino il ministro.
Balla, inebriata, con slancio, stordita dal piacere, senza pensare a nulla, nel trionfo della sua bellezza, nella gloria del successo, avvolta da un’aureola di felicità formata dagli omaggi, dall’ammirazione, dai desideri suscitati.
Balla fino alle quattro di mattina. Suo marito da mezzanotte dorme in un salottino insieme ad altri tre signori le cui mogli si divertono moltissimo.
Lui le butta sulle spalle il soprabito che aveva portato. Un soprabito povero che contrastava con l’eleganza del vestito da ballo. Mathilde scappa via per non essere vista dalle altre donne con le loro ricche pellicce.
– Aspetta un momento. Prenderai un malanno. Vado a chiamare una carrozza. – dice preoccupato il marito.
Ma lei non l’ascolta e scende rapidamente la scala. Per la strada non ci sono carrozze. Si mettono a cercarne una, chiamando i cocchieri che vedono passare da lontano.
Solo quando arrivano lungo la Senna, trovano una di quelle carrozzelle che a Parigi escono soltanto la notte, forse perché sono talmente misere da vergognarsi di uscire alla luce del sole.

Quando arriva a casa, Mathilde si toglie il soprabito che le copre le spalle, davanti allo specchio, per potersi guardare ancora una volta in tutto il suo splendore. Un grido improvviso. Non ha più la collana.
– Che c’è? – chiede il marito già mezzo spogliato.
– Ho perso la collana... la collana della signora Forestier...
– Cosa? Come? Non è possibile!
Cercano tra le pieghe del vestito, del mantello, nelle tasche, dappertutto. La collana non c’è più.
– Quando siamo andati via, avevi ancora la collana?
– Sì, me la sono toccata nell’atrio del ministero.
– Per strada non l’ho sentita cadere. Forse l’hai persa nella carrozza.
– Può darsi... Hai visto che numero aveva?
– No, e tu?
– Nemmeno io.
Si guardano atterriti. Alla fine Loisel si riveste e dice: – Rifaccio la strada che abbiamo percorso a piedi, per vedere se ritrovo la collana. 
Ed esce di casa. Lei rimane col vestito addosso senza avere la forza d’andare a letto, afflosciata su una sedia, col cervello vuoto.
Loisel torna alle sette, senza aver trovato nulla.
Poi si reca alla prefettura di polizia, ai giornali per promettere una ricompensa, alla società delle carrozze.
Mathilde aspetta per tutta la giornata nello stesso stato di prostrazione. Loisel torna a casa la sera, col viso incavato, pallido; senza aver trovato niente.
– Scrivi alla tua amica. – dice alla moglie, – Dici che si è rotto il fermaglio della collana, e che l’hai portata ad aggiustare. Avremo tempo di pensare a qualcosa.
Mathilde scrive una lettera che lui detta.
Dopo una settimana hanno perso qualunque speranza. Loisel, sembra invecchiato di cinque anni. 
– Dobbiamo comprarne un’altra... – dice Loisel sconsolato.
Il giorno dopo prendono l’astuccio e vanno dal gioielliere il cui nome è scritto nell’interno. 
Il gioielliere consulta i registri.
– No, signora, questa collana non l’abbiamo venduta noi. Soltanto l’astuccio è nostro.
Allora cominciano a girare per tutte le gioiellerie, cercando una collana uguale a quella perduta. Alla fine, in un negozio del Palazzo Reale trovano una collana uguale. Costa quarantamila franchi. Dopo una lunga contrattazione, concordano un prezzo di trentaseimila franchi.
Loisel versa un anticipo e si impegna a pagare la collana in tre giorni. In tutto possiede diciottomila franchi ereditati dal padre. Il resto lo chiede in prestito. Riceve mille franchi da un amico, cinquecento da un altro. Un po’ di soldi qui, un po’ là. Firma cambiali e si impegna anche con alcuni strozzini, finché riesce a raccogliere i trentaseimila franchi.
Quando la signora Loisel riporta la collana alla proprietaria, lei sembra molto seccata, ma per fortuna non si accorge dello scambio.
Negli anni che seguono, Mathilde e suo marito conoscono l’orribile vita dei bisognosi. Devono pagare quel debito tremendo. Licenziano la servetta, cambiano casa e vanno ad abitare in una soffitta.
Mathilde inizia a lavorare. Accetta i lavori più umili e faticosi. Lava la biancheria sudicia, le camicie, gli stracci. Si rovina le unghie rosa sui piatti unti, sui tegami. Tutte le mattine porta giù la spazzatura e porta su l’acqua, fermandosi ad ogni piano per riprendere fiato. Vestita come una donna del popolo, va dal fruttivendolo, dal droghiere, dal macellaio, con il paniere sottobraccio. Tira sul prezzo, ricevendo insulti pur di difendere centesimo per centesimo il suo poco denaro.
Tutti i mesi devono pagare cambiali. Il marito lavora di sera come contabile di un negoziante. La notte lavora come copista a cinque soldi per pagina. Per dieci anni conducono questa vita. Dopo dieci anni hanno restituito tutto, compresi gli interessi.
Mathilde sembra una vecchia. È diventata una donna forte, dura, rude, come tutte le donne delle famiglie povere. Spettinata, con la gonnella di traverso, le mani rosse, parla a voce alta, lava i pavimenti buttandoci l’acqua col secchio. Eppure, qualche volta, quando suo marito è in ufficio, si siede accanto alla finestra e pensa a quella serata, a quel ballo in cui era così bella e tanto corteggiata.
E se non avesse perso la collana? Cosa sarebbe accaduto? Chi lo sa? Com’è strana la vita, e mutevole! Quanto poco ci vuole per perdersi o salvarsi!
Una domenica decide di fare una passeggiata agli Champs–Elysées per distrarsi un po’ dalle faccende. All’improvviso vede la signora Forestier, sempre giovane, sempre bella, sempre attraente.
Mathilde si sente turbata. Però decide di avvicinarla.
– Buongiorno, Jeanne.
L’altra non la riconosce.
– Ma, signora... – balbetta; – non... credo di conoscervi...
– Sono Mathilde Loisel.
L’amica manda un grido:
– Oh! Povera Mathilde, come sei cambiata!
– Sì... ho passato giornate dure, da quando non ci siamo più viste, e tanta miseria... a causa tua.
– Mia? A causa mia?
– Ti ricordi quella collana di diamanti che mi hai prestato per andare alla festa del ministero?
– Sì; e allora?...
– Quella collana l’ho persa...
– Ma com’è possibile! Se me l’hai restituita!
– Ne ho comprata un’altra uguale. Abbiamo impiegato dieci anni per pagarla. E capisci che per noi non è stata una cosa facile. Non avevamo nulla. Ora però è finito, e sono proprio contenta.
– Mi stai dicendo che hai comprato una collana di diamanti per sostituire la mia?
– Sì! Non te n’eri accorta, vero? Era proprio uguale. – E sorride, orgogliosa e ingenuamente felice.
La signora Forestier, sconvolta, le afferra le mani: – Oh, mia povera Mathilde! Ma la mia collana era falsa! Valeva al massimo cinquecento franchi...