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Un racconto di Italo Calvino, tratto dal libro «Marcovaldo ovvero le stagioni in città», riscritto in italiano semplificato per studenti di livello intermedio.

 

Marcovaldo lavora in una ditta dove, oltre a trasportare pacchi tutto il giorno, ha anche il compito di innaffiare[1] la pianta che si trova vicino all’entrata. È una di quelle piante verdi che si trovano di solito negli appartamenti, con un fusto dritto e sottile e con delle foglie larghe e lucide. Insomma una pianta che somiglia così tanto ad una pianta, da sembrare di plastica.

Invece la pianta è vera, e soffre a stare fra la tenda e il portaombrelli, dove non c’è luce, né aria, né rugiada[2].

Marcovaldo ogni mattina scopre qualche brutto segno: una foglia con il gambo piegato, come se non avesse più la forza di reggere il peso, un’altra foglia che ha tanti puntini come la guancia di un bambino con il morbillo, un’altra ancora tutta ingiallita che dopo qualche giorno cade per terra. Ma quello che più di ogni cosa rattrista il cuore di Marcovaldo è vedere il fusto della pianta che diventa sempre più lungo, sempre con meno foglie, nudo come un bastone, e con in cima un ciuffetto che la fa somigliare a una piccola palma.

Marcovaldo raccoglie dal pavimento le foglie cadute, spolvera quelle che sono ancora sane, versa alla base del fusto molto lentamente mezzo annaffiatoio d’acqua, che viene subito assorbito dalla terra del vaso. Compie questo lavoro con una grandissima delicatezza e attenzione, mosso dalla stessa compassione di uno che sta curando una persona di famiglia. E sospira, non si sa se per la pianta o per sé stesso. Quel povero arbusto magro e lungo, che ingiallisce fra le pareti dell’azienda, è diventato come un fratello di sventura.

La pianta (viene chiamata semplicemente così, dato che un nome più preciso è del tutto inutile in un ambiente in cui non esiste alcuna altra forma di vita vegetale) domina i pensieri di Marcovaldo, ogni ora del giorno e della notte.

Lo sguardo con cui scruta[3] le nuvole che si addensano nel cielo non è quello del cittadino che si chiede se deve prendere l’ombrello, ma quello del contadino che aspetta la fine della siccità.

E ogni volta che vede dalla finestrella del magazzino che scende la pioggia, corre subito verso la pianta, prende in braccio il vaso e lo posa fuori in cortile.

E la pianta sembra espandere le sue foglie per raccogliere più acqua possibile, e per la gioia si colora di un verde più brillante. O almeno così sembra a Marcovaldo, che ogni volta si ferma a contemplarla dimenticando di essere sotto la pioggia.

Restano in cortile, uomo e pianta, l’uno di fronte all’altra. L’uomo prova le stesse sensazioni di una pianta sotto la pioggia. La pianta, che non è abituata all’aria aperta e ai fenomeni della natura, rimane sbalordita quasi come un uomo che si trova tutto bagnato dalla testa ai piedi.

Marcovaldo, a naso in su, sente l’odore della pioggia, un odore di boschi e di prati, e la sua mente insegue ricordi indistinti. Ma tra questi ricordi c’è anche quello, più chiaro e recente, dei suoi dolori reumatici, e allora corre subito a mettersi al riparo.

Quando finisce l’orario di lavoro Marcovaldo chiede al magazziniere-capo: «Posso lasciare la pianta in cortile?»

Il capo, il signor Viligelmo, è un tipo che non vuole nessuna responsabilità: «Ma sei matto? E se la rubano? Chi si prende la responsabilità?»

Marcovaldo però, nel vedere i benefici che la pianta riesce a ricevere dalla pioggia, non vuole rimetterla al chiuso: sarebbe come sprecare un dono del cielo.

«Potrei tenerla con me fino a domani mattina.»

Il signor Viligelmo ci pensa un poco, poi conclude: «Va bene! Portala con te, però la responsabilità è tua.»

Marcovaldo attraversa la città sotto una pioggia torrenziale[4], curvo sul manubrio della sua bicicletta a motore, incappucciato in una giacca a vento impermeabile. Dietro c’è il vaso con la pianta, legato sul portapacchi. Bici, uomo e pianta sembrano una cosa sola, anzi l’uomo curvo e completamente avvolto nella sua giacca a vento, non si vede più, e si vede solo una pianta in bicicletta. Ogni tanto Marcovaldo si volta indietro e ogni volta gli sembra che la pianta sia diventata più grande e con più foglie.

Quando Marcovaldo arriva a casa, i bambini tutti contenti gridano: «L’albero di Natale! L’albero di Natale!»

«Ma no, cosa dite? Non siamo ancora a Natale. C’è ancora tempo... state attenti alle foglie, che sono delicate.»

Sua Moglie Domitilla, un po’ irritata dice: «In questa casa già ci stiamo come in una scatola di sardine. Se ci porti anche l’albero, dovremo uscire noi.»

«Ma quale albero? Non vedi che è solo una povera piantina? La metto sul davanzale.»

Marcovaldo a cena non guarda nel piatto, ma guarda verso la finestra per sorvegliare la piantina.

Da quando hanno lasciato il seminterrato per traslocare in mansarda, la vita di Marcovaldo e della sua famiglia è molto migliorata. Però anche abitare proprio sotto il tetto ha i suoi inconvenienti. Quando piove, il soffitto lascia cadere qualche goccia, in quattro o cinque punti diversi. Marcovaldo ci mette delle bacinelle o delle casseruole. Le notti di pioggia, quando tutti sono a letto, si sente il tic-toc-tuc delle gocce, che gli fanno ricordare i suoi reumatismi. Quella notte, invece, il tic-toc-tuc sembra una musichetta allegra: gli dice che la pioggia continua e nutre la pianta, spinge la linfa dalle radici, tende le foglie come vele al vento.

«Domani quando mi affaccerò alla finestra, sono sicuro che troverò la pianta cresciuta.» pensa fra sé e sé.

E quando apre la finestra, nonostante l’abbia pensato, non riesce a credere ai suoi occhi: la pianta ora occupa mezza finestra, ha almeno il doppio delle foglie, e non sono più piegate dal loro peso ma dritte e appuntite come spade.

Scende le scale con il vaso stretto al petto, lo lega al portapacchi e corre in ditta.

Non piove più, ma la giornata rimane incerta. Quando Marcovaldo scende dalla bici, ricomincia a piovere.

«Visto che la pioggia le fa così bene, la lascio ancora in cortile» decide Marcovaldo.

Ogni tanto si affaccia dal magazzino per controllare la pianta. Ma questo suo atteggiamento non piace al magazziniere-capo. «Be’, cosa hai oggi da guardare fuori?»

«Cresce! Venga a vedere anche lei, signor Viligelmo!» e fa cenno con la mano e parla sottovoce per non farsi sentire dalla pianta.

«Guardi come cresce! Vero che è cresciuta?»

«Sì, in effetti è cresciuta parecchio.».

Per Marcovaldo è una grande soddisfazione, una di quelle che la ditta non riserva mai al personale.

È sabato. Il lavoro termina all’una e non si ritorna fino a lunedì. Marcovaldo vorrebbe portare di nuovo con sé la pianta, ma siccome non piove non sa quale scusa trovare.

Però nel cielo ci sono delle nuvole nere sparse un po’ di qua e un po’ di là. Va dal capo, appassionato di meteorologia, che ha un barometro sopra la sua scrivania.

«Che dice signore Viligelmo, come sarà il tempo?»

«Brutto, sempre brutto,» dice il capo. «Qui non piove, ma nel quartiere dove abito sta piovendo: ho telefonato ora a mia moglie.»

«Allora io porterei a la pianta a fare un giro dove piove.» propone Marcovaldo. Ed esce di corsa mettendo il vaso sul portapacchi della bici.

Il sabato pomeriggio e la domenica Marcovaldo li trascorre in questo modo: sulla sua bici a motore, con la pianta dietro, scruta il cielo alla ricerca di una nuvola che sembra carica di pioggia, e poi corre incontro finché trova la pioggia. Ogni tanto si volta e vede la pianta un po’ più alta: prima alta come i taxi, poi come i camioncini, infine come i tram. E le foglie sempre più larghe, dalle quali la pioggia scivola sul suo cappuccio impermeabile come da una doccia.

Ormai è un albero su due ruote che corre nella città lasciando a bocca aperta vigili urbani, autisti e pedoni. E le nuvole continuano a cambiare posizione, portate dal vento. Riempiono di pioggia un quartiere e poi l’abbandonano.

Marcovaldo rincorre la sua nuvola, curvo sul manubrio, completamente imbacuccato[5] nel suo cappuccio impermeabile dal quale spunta fuori solo il naso, con il motorino che scoppietta a tutto gas[6], tenendo la pianta nella traiettoria delle gocce, come se lo strascico[7] di pioggia della nuvola fosse impigliato nelle foglie e come se tutto corresse trascinato dalla stessa forza: vento, nuvola, pioggia, pianta, ruote.

Il lunedì Marcovaldo si presenta davanti al signor Viligelmo a mani vuote.[8]

«E la pianta?» chiede subito il magazziniere-capo.

«È fuori. Venga.»

«Dove? Non la vedo.»

 «È quella lì!» risponde Marcovaldo, indicando un albero che arriva al secondo piano. Non è più nel vecchio vaso, ma in una specie di barile[9], e al posto della bicicletta Marcovaldo ha dovuto procurarsi un motociclo a furgoncino[10].

«E adesso?» dice il capo infuriato «Come facciamo a metterla nell’ingresso? Non passa più dalle porte!»

«Non saprei...» risponde Marcovaldo.

«L’unica cosa che possiamo fare» dice Viligelmo «è restituirla al vivaio in cambio di una pianta dalle dimensioni giuste.»

Marcovaldo parte con l’albero per portarlo al vivaio.

Ricomincia la corsa per la città. L’albero riempie di verde il centro delle vie. I vigili, preoccupati per il traffico, lo fermano a ogni incrocio. Ma poi quando capiscono la situazione lo lasciano ripartire.

Ma gira, gira, Marcovaldo non si decide a prendere la strada per il vivaio.

Non vuole separarsi dalla sua creatura. È riuscito a farla crescere così bene e ora gli dispiace di separarsi da quella pianta che gli ha dato soddisfazioni così grandi, che in vita sua non ha mai provato prima.

E così continua ad andare avanti e indietro per le vie, le piazze, lungo i fiumi e sui ponti. Ormai la pianta è diventata un cespuglio da foresta tropicale che gli copre la testa, le spalle e le braccia, fino a farlo sparire nel verde. E tutte le sue foglie oscillano e tremano, sia quando sono colpite dalle gocce di pioggia, sia quando non piove più.

All’improvviso la pioggia finisce del tutto ed esce il sole. È l’ora del tramonto e in fondo alle vie, nello spazio tra le case, si posa la luce di un arcobaleno.

La pianta però, dopo l’enorme sforzo compiuto per crescere, adesso è sfinita[11]. Le sue foglie cominciano a ingiallire fino a diventare di colore giallo oro. Marcovaldo non si accorge che le foglie ingialliscono e si staccano e non si accorte neanche che dietro di lui si è formata una coda di auto, motorini, bici e ragazzi che inseguono l’albero che attraversa la citta.

Ogni volta che una foglia si stacca e vola via, molte mani si alzano per cercare di prenderla al volo[12].

All’improvviso arriva il vento, e le foglie d’oro si staccano e volteggiano[13].

Marcovaldo si gira e si accorge che l’albero non c’è più. Al suo posto è rimasto solo un sottile stecco con tanti rametti e una sola foglia gialla in cima.

Alla luce dell’arcobaleno tutto il resto sembra nero: la gente sui marciapiedi, le facciate delle case. E centinaia di foglie d’oro brillanti girano e girano su questo sfondo nero. Centinaia di mani rosse e rosa si alzano dall’ombra per cercare di acchiapparle[14]. Il vento porta le foglie d’oro in fondo, verso l’arcobaleno e alla fine stacca anche l’ultima foglia che si allontana prima gialla, poi di color arancio, poi rossa, violetta, azzurra, verde e poi di nuovo gialla e infine sparisce.

 

 

ESERCIZI DI COMPRENSIONE DEL TESTO

 

[1] innaffiare: bagnare con l’acqua.

[2] rugiada: goccioline d’acqua che si formano sulle piante per condensazione del vapore acqueo in particolar modo il mattino.

[3] scrutare: osservare molto attentamente.

[4] pioggia torrenziale: pioggia molto forte, impetuosa come un torrente in piena.

[5] imbacuccato: completamente avvolto dai vestiti.

[6] a tutto gas: al massimo della velocità.

[7] strascico: qualcosa che viene trascinato dietro. Es: lo strascico del vestito da sposa.

[8] a mani vuote: senza niente nelle mani.

[9] barile: recipiente di legno, simile a una botte ma più piccolo, adatto a conservare, vino, alimenti o altro. Vedi immagine.

[10] motociclo a furgoncinovedi immagine

[11] sfinito: totalmente privo di forza, senza alcuna energia.

[12] prendere al volo: prendere qualcosa in aria prima che cada a terra.

[13] volteggiare: compiere ampi giri nell’aria intorno allo stesso punto.

[14] acchiappare: prendere con rapidità qualcosa in movimento.