pdf

Un racconto di Italo Calvino, tratto dal libro «Marcovaldo ovvero le stagioni in città», riscritto in italiano semplificato per studenti di livello intermedio.

 

È andato via l’inverno, ma i reumatismi sono rimasti. Un leggero sole rallegra il pomeriggio, e Marcovaldo passa qualche ora sulla panchina a guardare le foglie che spuntano, in attesa di tornare al lavoro.

Vicino a lui si siede un vecchietto, ingobbito[1] nel suo cappotto tutto rammendi[2]. Si chiama Rizieri, un pensionato solo al mondo, frequentatore di panchine soleggiate. Ogni tanto il signor Rizieri fa un movimento gridando «Ahi» e si ingobbisce ancora di più nel suo cappotto. È pieno di reumatismi, artriti, lombaggini, raccolti durante l’inverno umido e freddo e che continuano a tormentarlo per tutto il resto dell’anno. Per consolarlo, Marcovaldo gli parla dei suoi reumatismi, di quelli di sua moglie e della sua figlia maggiore Isolina che, poveretta, non cresce tanto sana.

Marcovaldo si porta ogni giorno il pranzo in un pacchetto di carta da giornale. Seduto sulla panchina, apre il pacchetto e porge il pezzo di giornale stropicciato[3] al signor Rizieri che lo prende dicendo: «Vediamo che notizie ci sono» e lo legge sempre con lo stesso interesse, anche se il giornale è di due anni prima. Così un giorno trova un articolo su come curare i reumatismi con il veleno delle api.

«Forse con il miele,» dice Marcovaldo.

«No,» risponde Rizieri, «con il veleno, quello del pungiglione» e legge alcuni brani. Discutono a lungo sulle api, sulle loro virtù e su quanto può costare quella cura.

Da quel momento, Marcovaldo comincia ad ascoltare con attenzione ogni ronzìo[4], segue con lo sguardo ogni insetto che vola. Finché, osservando i giri di una vespa, vede che entra nel cavo di un albero, e che altre vespe escono dallo stesso buco. Dal rumore e dal continuo movimento delle vespe che entrano e escono, capisce che in quel buco c’è un intero vespaio.

Marcovaldo si mette subito alla caccia di vespe. Ha un barattolo dove c’è ancora un po’ di marmellata. Lo apre e lo poggia vicino all’albero. Poco dopo una vespa entra nel barattolo, attirata dall’odore della marmellata. Marcovaldo chiude subito il barattolo con il coperchio.

Così quando incontra di nuovo il signor Rizieri gli dice: «Venga che le faccio una bella iniezione» mostrandogli un flacone[5] con la vespa infuriata prigioniera.

Il vecchietto è esitante, ma Marcovaldo, che non vuole rimandare l’esperimento, insiste finché riesce a convincerlo.

Il signor Rizieri, con timore e speranza, solleva un lembo del cappotto, della giacca, della camicia e infine della maglia, scoprendo la parte della schiena che gli fa male. Marcovaldo appoggia il flacone e strappa via la carta che fa da coperchio. All’inizio non succede niente, perché la vespa non si muove. Marcovaldo dà un colpo sul flacone e la vespa sfreccia[6] in avanti e conficca il pungiglione nella schiena del signor Rizieri.

Il vecchietto caccia un urlo, salta in piedi sfregandosi la parte punta, e comincia con una serie di imprecazioni[7] confuse. Marcovaldo è molto soddisfatto, perché finora non ha mai visto il vecchietto così dritto e pieno di energia.

Intanto un vigile si è avvicinato e guarda la scena con curiosità. Marcovaldo prende subito Rizieri sottobraccio e si allontana fischiettando.

La sera torna a casa con un’altra vespa in barattolo. Convincere sua moglie a fare la puntura non è una cosa facile, ma alla fine ci riesce. Almeno Domitilla per un po’ di tempo si lamenta solo del bruciore della puntura.

Marcovaldo inizia a catturare vespe in gran quantità. Fa un’iniezione a sua figlia Isolina, una seconda iniezione a Domitilla, perché la cura deve essere sistematica per essere efficace. Poi decide di farsi pungere anche lui. I bambini, come succede spesso, dicono: «Anch’io, anch’io,» ma Marcovaldo mette loro un barattolo in mano e li manda a catturare vespe.

Un giorno viene a casa sua il signor Rizieri, insieme a un altro vecchietto, il cavalier Ulrico, che trascina una gamba e vuole iniziare subito la cura.

La voce si sparge; Marcovaldo comincia a lavorare in serie: sopra una mensola ha sempre una mezza dozzina di vespe di riserva, ognuna in un barattolo di vetro.

Appoggia il barattolo sulla schiena dei suoi clienti come se fosse una siringa, tira via il coperchio di carta, e quando la vespa ha punto, sfrega con cotone imbevuto di alcool, con la stessa disinvoltura di un medico esperto.

Siccome la sua casa ha una sola stanza, dove dorme tutta la famiglia, la divide con un paravento[8]. Di qua la sala d’aspetto, di là lo studio medico.

Nella sala d’aspetto la moglie di Marcovaldo fa entrare i clienti e ritira gli onorari[9]. I bambini prendono i barattoli vuoti e corrono a catturare altre vespe. Ogni tanto vengono punti, ma non piangono perché sanno che fa bene alla salute.

La cura di Marcovaldo diventa famosa in tutta la città e un sabato pomeriggio la sua casa viene invasa da una folla di uomini e donne che si premono le mani sui fianchi e sulla schiena. Alcuni sono vestiti male come dei mendicanti, altri invece sono eleganti come persone ricche.

«Presto,» dice Marcovaldo ai suoi tre figli maschi, «prendete i barattoli e catturate più vespe che potete.»

Di solito i ragazzi catturano le vespe a una certa distanza dal vespaio. Ma quel giorno Michelino, per far presto e prenderne di più, si mette proprio vicino al buco del vespaio. Proprio mentre cerca di catturarne una, viene punto da due grosse vespe, e Michelino, gridando dal dolore, lascia cadere il barattolo dentro il vespaio.

Per qualche istante non si sente più alcun ronzio, e dal buco non esce più nessuna vespa. Michelino riesce appena a fare un passo indietro, quando all’improvviso scoppia fuori una nuvola nera, con un ronzio assordante: tutte le vespe avanzano in uno sciame infuriato.

I fratelli sentono un urlo e vedono Michelino correre come non ha mai corso in vita sua. Corre come una locomotiva a vapore che si porta dietro una nuvola che sembra il fumo di una ciminiera. E dove scappa un bambino quando ha paura? Naturalmente scappa a casa sua.

I passanti non riescono a capire cosa sia quell’apparizione fra nuvola e essere umano che corre velocissima per le vie, accompagnata da un boato misto a un ronzio.

Marcovaldo sta dicendo ai suoi pazienti: «Ancora un po’ di pazienza e vedrete che arriveranno molte vespe» quando si apre la porta e lo sciame invade la stanza. Non vedono neanche Michelino che va a mettere la testa in un catino d’acqua. La stanza è piena di vespe e i pazienti, fino a quel momento immobilizzati dai reumatismi, improvvisamente cominciano a saltare e agitare le braccia nell’inutile tentativo di scacciare gli insetti.

Arrivano i pompieri e la Croce Rossa. Marcovaldo è sdraiato sul letto all’ospedale, tutto gonfio e irriconoscibile per le punture. Non osa reagire agli insulti e alle maledizioni che i suoi clienti gli lanciano dagli altri letti dell’ospedale.

 

[1] ingobbito: con la schiena molto curva, come se avesse una gobba.

[2] rammendi: pezzi di stoffa cuciti su un abito per riparare buchi e strappi.

[3] stropicciato: pieno di pieghe e increspature.

[4] ronzìo: rumore continuo e vibrante di alcuni insetti che volano, es. vespe, calabroni, zanzare.

[5] flacone: boccetta di vetro per medicinali.

[6] sfrecciare: correre molto velocemente, come una freccia.

[7] imprecazione: frase offensiva che esprime rabbia.

[8] paravento: divisorio per separare l’ambiente. Vedi immagine

[9] onorario: compenso, pagamento in danaro, che spetta a un libero professionista per il servizio che offre.