Racconto tratto dalla raccolta «Novelle rusticane» di Giovanni Verga (1840-1922). Riscritto in italiano semplificato e adattato a studenti di livello intermedio (B1-B2)

 

Il viandante che cammina lungo il lago di Lentini[1], fra le stoppie[2] secche della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri[3] grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domanda, per ingannare la noia della lunga strada polverosa: – Qui di chi è? – sente rispondersi: – Di Mazzarò.

E quando passa vicino a una fattoria grande quanto un paese, coi magazzini che sembrano chiese, e stormi di galline accovacciate[4] all’ombra del pozzo, e le donne che si mettono la mano sugli occhi per vedere chi passa: – E qui? – Di Mazzarò .

E cammina e cammina, passando per una vigna che non finisce mai, dove un guardiano sonnacchioso, sdraiato vicino al fucile, apre un occhio per vedere chi passa: – Di Mazzarò.

E poi viene un uliveto folto come un bosco, dove l’erba non cresce mai e la raccolta dura fino a marzo. Sono gli ulivi di Mazzarò.

E verso sera, quando il sole tramonta rosso come il fuoco, si incontrano lunghe file di aratri che tornano lentamente, buoi che passano il guado con il muso nell’acqua scura, e si vedono i pascoli lontani sul pendio arido, con immense mandrie bianche. Tutta roba di Mazzarò.

Sembrano appartenere a Mazzarò perfino il sole che tramonta, le cicale che ronzano, gli uccelli che volano di zolla[5] in zolla.

Uno potrebbe immaginare Mazzarò grande quanto un Dio che cammina sulla terra.

Invece è un omiciattolo[6], che di grande ha solo la pancia. Non si capisce come faccia a riempirla, perché non mangia altro che due soldi di pane, anche se è ricco come un re e astuto come una volpe.

Infatti, grazie alla sua astuzia, ha accumulato tutta quella roba. Molti anni prima veniva nella terra mattina e sera a zappare, potare, mietere. Con il sole, con la pioggia e con il vento. Senza scarpe ai piedi e senza uno straccio di cappotto. Tutti quelli che oggi lo chiamano eccellenza e gli parlano con il berretto in mano, si ricordano ancora di quando lo prendevano a calci nel didietro.

Ma non si è montato la testa[7]. Adesso che ha prestato soldi a tutte le eccellenze del paese, dice spesso che eccellenza significa povero diavolo[8] e cattivo pagatore. Il suo solo lusso è un berretto di seta, ma di recente ha comprato un berretto di feltro perché costa di meno.

Di roba ne possiede fin dove arriva la vista. A destra e a sinistra, davanti e di dietro, sul monte e nella pianura. Più di cinquemila bocche da sfamare, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della terra, che mangiano tutti sulla sua terra. Senza contare la sua bocca, che mangia meno di tutte. Si accontenta di due soldi di pane e un pezzo di formaggio, ingozzato[9] in fretta e furia, in piedi, in un cantuccio[10] di un magazzino grande come una chiesa, in mezzo alla polvere del grano, mentre i contadini scaricano i sacchi. Oppure vicino ad un pagliaio[11], quando il vento spazza la campagna gelata.

Non beve vino, non fuma, non usa tabacco. Eppure di tabacco ne produce tanto, con delle foglie larghe e alte come un bambino. Non ha il vizio del gioco e neanche quello delle donne. Non ha mai avuto donne da mantenere, a parte la madre, che gli è costata 12 tarì[12] per portarla al cimitero.

Ha pensato e ripensato molto a quello che vuol dire la roba. Quando andava a lavorare senza scarpe, nella terra che adesso è sua. Quando stava con la schiena 14 ore al giorno, con dietro il sorvegliante a cavallo che lo prendeva a frustate appena provava a raddrizzarsi per un momento.

Per questo ha dedicato ogni minuto della sua vita ad accumulare roba. Adesso i suoi aratri sono più numerosi delle file di corvi che arrivano a novembre. E lunghissime file di muli trasportano le sementi. Non si riescono a contare le donne che stanno piegate nel fango per raccogliere le sue olive. Così come al tempo della vendemmia occorrono interi villaggi per raccogliere l’uva. Mentre per la raccolta del grano i mietitori sembrano un esercito di soldati.

Per mantenere tutta quella gente ci vogliono soldi a palate. Ha sempre le mani in tasca per spendere tutto quello che ha. Per le tasse sulle proprietà il re si prende tanti di quei soldi che ogni volta gli viene la febbre. Però poi, ogni anno, tutti quei magazzini grandi come chiese  si riempiono di grano. Quando Mazzarò vende il vino, ci mette più di un giorno per contare il denaro. Alle fiere di bestiame le sue mandrie coprono tutto il campo e quando gli animali sfilano ci vuole mezza giornata per vederli passare tutti.

Tutta quella roba l’ha fatta lui, con le sue mani e con la sua testa. Non dormendo la notte. Lavorando con la febbre. Con la fatica dall’alba al tramonto, sotto il sole e sotto la pioggia. Senza mai stancarsi, perché ha sempre pensato solo alla sua roba, che è la sola cosa che possiede. Non ha figli, né nipoti o parenti; nient’altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba. Ma anche la roba sembra fatta per lui. Sembra abbia la calamita. Perché la roba vuole stare con chi sa tenerla, e non la sciupa come quel barone che prima era stato il suo padrone.

Prima era il barone il padrone di tutti quei prati, di tutti quei boschi, di tutte quelle vigne e di tutte quelle mandrie. Quando veniva nelle sue terre a cavallo, con tutti i sorveglianti dietro, sembrava il re. Gli preparavano anche l’alloggio e il pranzo, al minchione[13]. Ognuno sapeva l’ora in cui doveva arrivare, e non si faceva mai sorprendere con le mani nel sacco[14].

– Questo vuole essere derubato per forza. – diceva Mazzarò – la roba è di chi la sa fare, non di chi ce l’ha.

Invece lui, da quando ha la roba, viene all’improvviso a controllare la mietitura o la vendemmia. Arriva a sorpresa, a piedi o a cavallo della mula, senza sorveglianti, con un pezzo di pane in tasca. Dorme vicino ai covoni, con gli occhi aperti e il fucile fra le gambe.

A poco alla volta è diventato padrone di tutta la roba del barone. Gli ha preso prima l’uliveto, poi la vigna, poi i pascoli, poi le fattorie e infine il suo palazzo. Ogni giorno il barone firmava carte bollate.

– È una bella cosa avere la fortuna che ha Mazzarò! – dice la gente. Ma non sanno quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera, per acchiappare tutta quella fortuna. La sua testa ha lavorato giorno e notte per fare la roba. Quante storie ha dovuto raccontare per convincere le persone a concludere un affare, per portargli via tutto quello che avevano.

E quante seccature: i mezzadri[15] che vengono a lamentarsi del cattivo raccolto, i debitori che mandano le loro donne a strapparsi i capelli e picchiarsi il petto, a supplicarlo di non prendersi il mulo o l’asino, perché non hanno da mangiare.

– Lo vedete quello che mangio io! Pane e cipolla! Eppure ho i magazzini pieni e sono il padrone di tutta questa roba.

A chi gli chiede un pugno di fave, risponde: – Pensate che io le abbia rubate? Non sapete quanto costa seminarle, zapparle e raccogliere? – E se uno gli chiede dei soldi, dice che non ne ha. E non li ha per davvero. In tasca non ha mai nulla. Il denaro entra e esce dalla sua casa come un fiume. Del denaro non gli importa nulla. Dice che non è roba. Appena ha un po’ di soldi compra un pezzo di terra, perché vuole averne quanto un re.

Solo una cosa lo tormenta. Il fatto di cominciare ad essere vecchio, e deve lasciare la terra lì dov’è. Una vera ingiustizia di Dio. Dopo aver passato la vita ad accumulare roba, ed è arrivato ad averne tanta e ne vorrebbe  ancora. Invece è costretto a lasciarla. Passa ore a guardare i suoi campi di grano che ondeggiano come il mare e gli uliveti che si estendono sulla montagna. E se passa un ragazzo, curvo sotto il peso come un asino stanco, per invidia gli lancia il suo bastone fra le gambe ed esclama: – Guardate chi ha i giorni lunghi. Uno che non ha niente.

Il giorno in cui  vengono a dirgli che è ora di lasciare la sua roba e di pensare all’anima, esce nel cortile gridando come un pazzo. Con le sue ultime forze, barcollando, comincia a dare colpi di bastone, e ammazza le anatre e i tacchini mentre urla: – Roba mia, vieni via con me!

[1] lago di Lentini: lago vicino a Catania, in Sicilia. Anche le altre zone nominate si trovano nelle vicinanze.

[2] stoppie: la parte che rimane dopo la mietitura del grano. (vedi immagine)

[3] sugheri: sono piante di quercia dalla cui corteggia si ricava il sughero. (vedi immagine)

[4] accovacciate: con le zampe piegate e il corpo poggiato a terra, in posizione di riposo.

[5] zolle: parte compatte di terreno, che di solito si formano quanto la terra viene arata. (vedi immagine)

[6] omiciattolo: dispregiativo di uomo; uomo piccolo, insignificante, omuncolo.

[7] montarsi la testa: esaltarsi, credere di essere superiore.

[8] povero diavolo: persona povera e sfortunata.

[9] ingozzare: mangiare molto velocemente, quasi senza masticare.

[10] cantuccio: piccolo angolo

[11] pagliaio: mucchio di paglia, (vedi immagine)

[12] tarì: moneta d’argento circolante nel Regno delle due Sicilie.

[13] minchione: persona stupida, balorda, insulsa.

[14] sorprendere con le mani nel sacco: cogliere qualcuno nel momento in cui sta rubando.

[15] mazzadro: contadino che lavora la terra di un proprietario e prende parte del raccolto, secondo un contratto di mezzadria.

 

 


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