«Rosso Malpelo» è una novella di Giovanni Verga, pubblicata nella raccolta «Vita dei campi» nel 1880

 

Riassunto

Tutti lo chiamano Malpelo perché ha i capelli rossi. E ha i capelli rossi perché è un ragazzo cattivo e malvagio. Perfino suo madre non ricorda il vero nome di battesimo.

Lavora in una cava di rena rossa e torna a casa solo il sabato sera con i soldi della settimana. Siccome sono pochi, sua sorella maggiore lo accoglie a suon di sberle.

 Tutti lo schivano come un cane rognoso e, quando se lo trovano a tiro, lo prendono a calci. È davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso e selvatico. A mezzogiorno, quando gli operai mangiano in gruppo, lui si rannicchia in un angolo da solo, a rosicchiare un pò di pane scuro, come fanno le bestie simili a lui. Gli altri lo insultano, gli tirano i sassi, finché il capo lo rimanda al lavoro con un calcio. Ma i calci non gli fanno niente e si lascia caricare più dell’asino grigio senza mai lamentarsi.

In quella cava suo padre, mastro Misciu, ci è morto qualche tempo prima. Un giorno ha deciso di prendere un lavoro a cottimo: scavare un pilastro di rena rossa. Ha continuato a lavorare anche di notte e quando la rena gli è franata addosso, non c’era nessuno ad aiutarlo.

Gli operai e l’ingegnere sono arrivati troppo tardi. Stavano per tornare a casa, quando all’improvviso hanno sentito un urlo che non aveva niente di umano. Si sono avvicinati e hanno visto in una buca Malpelo che si graffiava la faccia e urlava proprio come una bestia. Non rispondeva, non piangeva, scavava con le unghie nella rena. Aveva il viso stravolto, gli occhiacci grigi, e la schiuma alla bocca da far paura. Le unghie erano tutte strappate e gli pendevano dalle mani. Per farlo uscire hanno dovuto afferrarlo per i capelli e tirarlo via con tutta la forza.

Da quel momento inizia a lavorare con accanimento. Non esce mai dalla galleria, e zappa con tutte le sue forze. Ogni tanto rimane immobile, con la zappa in aria, il viso torvo e gli occhi stralunati, come se il diavolo gli sussurrasse all’orecchio.

È sempre più crudele e cattivo, non mangia mai e il pane lo butta al cane. La sua cattiveria la sfoga sull’asino grigio, povera bestia, tutto storto e consumato, che picchia spesso con il manico della zappa.

 Dopo la morte del padre gli è entrato il diavolo in corpo e lavora come un bufalo feroce.

Un giorno arriva alla cava un ragazzetto piccolo e gracile. Ha un femore lussato e ogni volta che trasporta sulla spalla un corbello pieno di rena, arranca come se ballasse la tarantella. Fa ridere tutti gli operai che per questo lo chiamano Ranocchio.

Malpelo prende questo ragazzo in simpatia. Gli vuole bene a modo suo. Lo tormenta e lo picchia senza motivo, e se non si difende lo picchia più forte. Ogni volta che Ranocchio si lamenta per il lavoro troppo pesante, Malpelo lo picchia sul dorso. Ma se Ranocchio continuava a lamentarsi allora lo aiuta. Ogni tanto gli regala la sua mezza cipolla e lui mangia solo il pane.

Il sabato sera, quando arriva a casa con il viso pieno di lentiggini e di rena rossa, cencioso e imbrattato, sua madre non c’è mai, sempre da qualche vicina, e sua sorella non lo vuole vedere girare in casa in quelle condizioni. Quindi va a rannicchiarsi nel suo saccone[1] come un cane malato.

La domenica, quando gli altri ragazzi, con la camicia pulita vanno a messa o a giocare nel cortile, lui vagabonda per i campi a tirare i sassi alle lucertole o ai fichi d’india. Non vuole vedere gli altri fanciulli, che lo deridono e gli tirano i sassi. È come quei cani, che a furia di prendere calci e sassate, scappano appena vedono un uomo, e diventano affamati, spelacchiati e selvatici come lupi.

Un giorno trovano il corpo del povero mastro Misciu. Ha fatto proprio una brutta morte. Si vede che ha scavato a lungo. Ha le mani lacerate e le unghie strappate. Proprio come suo figlio. Uno scavava da sotto e l’altro da sopra. Però non dicono niente a Malpelo, non per compassione, ma per paura della sua vendetta.

Suo padre gli ha lasciato poche cose. Un vestito e una camicia che sua madre gli ha adattato. Ma le scarpe non possono essere rimpicciolite e per il momento rimangono appese a un chiodo per quando sarà grande. Quei calzoni di fustagno sono dolci e lisci come le mani del padre quando gli accarezzava i capelli. Ogni domenica guarda le scarpe come fossero le pantofole del papa, le lustra e le prova. Poi le mette per terra, una accanto all’altra, e le guarda per ore, seduto con i gomiti sulle ginocchia e il mento nelle palme, pensando chissà a cosa.

Un giorno l’asino grigio crepa di stenti. Il carrettiere va a buttarlo lontano nella sciara[2]. Malpelo porta a forza Ranocchio a vedere la carcassa dell’asino in fondo al burrone. E guardano i cani che lacerano le carni del povero animale. L’asino grigio non soffre più. Rimane tranquillo con le quattro zampe distese a farsi mangiare dai cani. Non piega più la schiena sotto il peso della rena e delle bastonate. La sua bocca spolpata mostra i lunghi denti che ridono di quei cani che lo divorano.

La sciara si estende deserta e malinconica fin dove arriva lo sguardo. Sale e scende in picchi e burroni. Nera e rugosa, senza un grillo che trilla o un uccello che vola. Il sottosuolo è tutto scavato di gallerie, come in un labirinto. Si racconta che un volta un minatore si è perso. È entrato con i capelli neri ed è uscito che aveva i capelli bianchi. A un altro gli si è spenta la torcia. Dicono che ancora grida aiuto nel buio, dove nessuno lo sente.

Una volta Malpelo dà un colpo sul dorso di Ranocchio, e il povero ragazzetto sputa sangue dalla bocca e dal naso. Malpelo rimane spaventato, gli dice che non l’ha colpito forte, non può avergli fatto così male. Si dà un gran pugno sul petto, prende una pietra e si colpisce violentemente una spalla, a dimostrare che colpi molto più violenti non possono far niente. Un operaio lo vede e gli dà un fortissimo calcio sul dorso, facendolo suonare come un tamburo. Pochi giorni dopo viene a sapere che Ranocchio è morto.

Un giorno il padrone chiede agli operai di esplorare un passaggio, ma nessuno ha il coraggio di entrarci. Malpelo prende il piccone, la zappa, la lanterna, il sacco con pane e il fiasco di vino ed entra nella galleria. Di lui non si è saputo più niente. Non ci sono neanche le ossa. I ragazzi della cava, quando parlano di Malpelo, abbassano la voce. Hanno paura di vederlo comparire all’improvviso con i capelli rossi e gli occhiacci grigi.

 

[1] saccone: sacco riempito di paglia usato come materasso.

[2] sciara: terreno ricoperto di lava vulcanica.