«Nedda» è una novella di Giovanni Verga, pubblicata per la prima volta nel 1874 dalla «Rivista italiana di scienze, lettere e arti»

 

Riassunto

Venti o trenta donne si asciugano le vesti bagnate vicino al fuoco. Sono delle raccoglitrici di olive che, a causa della pioggia, sono costrette a restare al riparo, in attesa di poter ritornare al lavoro. Quelle più allegre cantano e ballano, le altre chiacchierano, aspettando la minestra di fave che sta cucinando sul fuoco.

Una delle donne più giovani, di nome Nedda, rimane sempre silenziosa e in disparte, triste e pensierosa per la sua povera madre, molto malata e in fin di vita.  Nedda ha i capelli neri e arruffati, dei grandi occhi e dei denti bianchi come avorio. Conserva una certa grossolana bellezza, anche se offuscata dalla miseria e dagli stenti. Con quei pochi soldi che guadagna non riesce neanche a comprare le medicine per curare la sua vecchia. L’unico ad aiutarla è lo zio Giovanni, un uomo buono, che spesso le presta dei soldi, ma non li vuole mai indietro.

Il sabato sera, Nedda prende la sua magra paga settimanale e parte verso Ravanusa, il suo paese natale. Quando arriva nei pressi del villaggio, incontra Janu, un giovane che da sempre è innamorato di lei, e per il quale anche lei prova un sentimento d’amore.

La domenica mattina arriva il medico per la visita settimanale e trova la madre molto peggiorata. Avvisa Nedda di chiamare il prete per l’estrema unzione, poiché non rimane molto tempo. Il prete e il sacrestano arrivano nel pomeriggio e poche ore dopo la madre muore. Rimasta sola, decide di cercare un nuovo lavoro e parte il giorno dopo i funerali.

Le donne del paese cominciano a sparlare di lei, perché è partita subito dopo la morte della sua vecchia e non ha messo gli abiti neri del lutto. Anche il prete la sgrida forte, quando la domenica successiva la vede sull’uscio del casolare. All’uscire della chiesa le fanciulle ridono di lei e i giovanotti fanno battute spiritose e volgari. Ma lei non si perde d’animo, si stringe nella sua mantellina lacera e affretta il passo.

Una mattina apre la finestra e vede Janu con un vestito nuovo che la saluta con un gran sorriso. Gli regala un fazzoletto di seta e gli racconta che è stato licenziato dal lavoro perché si è ammalato di malaria. I due giovani decidono di partire insieme in cerca di lavoro a Bongiardo, dove sono richiesti operai per dissodare dei terreni. Qui i due giovani trascorrono un breve periodo sereno e Janu chiede a Nedda di sposarlo.

Dopo qualche tempo Nedda rimane incinta,  e da quel giorno nessuna ragazza le rivolge più la parola e chi le offre un lavoro ne approfitta per diminuirle la paga.

Una sera Janu torna a casa pallido e stravolto. Dice che ha avuto la febbre e ha perso una settimana di lavoro, mangiandosi tutti i soldi messi da parte. Ma vuole ripartire subito per non perdere anche la potatura degli ulivi. Promette che appena ritornerà, con i soldi guadagnati potranno finalmente sposarsi.

Alcuni giorni dopo riportano indietro Janu ferito alla testa e pallido come un morto. Il povero ragazzo, per la febbre forte, ha perso i sensi ed è caduto dalla cima di un albero. All’indomani muore e Nedda rimane di nuovo sola.

Cerca nuovi lavori, ma nelle sue condizioni nessuno è disposto a prenderla. Riesce a malapena a sopravvivere solo grazie all’aiuto di zio Giovanni. Dopo qualche tempo dà alla luce una bambina rachitica, che per mancanza di latte deperisce rapidamente, finché una sera d’inverno, dopo un sussulto, rimane immobile.

Nedda la scuote, la stringe al seno, tenta di scaldarla con l’alito. Quando si accorge che la bimba è proprio morta, la depone sul letto e, con gli occhi asciutti e spalancati, ringrazia la Vergine Santa, che le ha tolto la sua creatura per non farla soffrire quanto ha sofferto lei.