Ciàula scopre la Luna è una novella di Luigi Pirandello che fa parte della raccolta Novelle per un anno del 1907. La vicenda è ambientata in una cava di zolfo della Sicilia rurale.

Riassunto

Quella sera i minatori vogliono tornare a casa senza aver finito di estrarre la quantità di zolfo da mettere il giorno seguente nella fornace. Caccigallina, il sorvegliante dei minatori, arrabbiato e con la rivoltella in mano, prova a impedire ai minatori di uscire dalla buca di Cace[1]. Ma gli operai non gli danno retta e schernendolo[2] vanno via tutti.

Rimane solo il vecchio minatore zi’ Scarda, cieco ad un occhio e spesso bersaglio della prepotenza di Cacciagallina che lui accetta pacificamente. L’occhio l’ha perso con lo scoppio di una mina, che gli ha portato via anche suo figlio e gli ha lasciato la nuora e sette nipoti da mantenere. Lavora più di un giovane, ma quando riceve la paga gli sembra di ricevere la carità, visto che lo fanno lavorare lì in considerazione del figlio morto e della perdita dell’occhio.

Zi’ Scarda ha un garzone[3] che si chiama Ciaula, un ragazzo di trent’anni, ma che potrebbe averne sette o settanta, scemo com’è. Ogni volta che lo prendono in giro, tutto contento apre la bocca sdentata che arriva fino alle sue orecchie a sventola. Ciaula ci sta bene in miniera: con il lume a olio e il sacco sulla fronte va giù e su per la scala scivolosa. Dove gli altri hanno paura lui invece trova conforto. Nella tenebra fangosa delle profonde caverne sa sempre orientarsi, e ci sta sicuro come dentro il suo grembo materno. Dopo il lavoro torna al paese con zi’ Scarda, mangia una misera cena e si butta a dormire su un saccone di paglia per terra come un cane, svegliato la mattina dal piede di zi’ Scarda.

Quella sera zi’ Scarda dice a Ciaula di rimanere con lui in miniera. Il ragazzo non ha paura del buio della cava, ma ha paura della notte. Quando c’è stato l’incidente che ha causato la morte del figlio di zi’ Scarda, tutti i minatori sono accorsi al luogo dello scoppio dopo il tremendo rimbombo, mentre solo Ciaula, terrorizzato si è rifugiato in un antro della miniera, sentendosi al sicuro. La paura l’ha assalito quando è uscito fuori nella notte che lui non conosceva e che per questo lo spaventava. Il silenzio misterioso, le stelle infinite che non illuminano, il vuoto sterminato l’hanno scombussolato così tanto che quella volta si è messo a correre via come un pazzo.

Così, mentre ora è giù nella buca, aspetta con timore di risalire all’aria aperta nella notte. Zi’ Scarda carica di zolfo Ciaula come una bestia, al punto che le sue gambe non riescono quasi più a reggere il peso e arrampicarsi fin lassù. Ha lavorato senza pietà tutto il giorno. Ciàula non ha mai pensato che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensa neppure ora; ma sente che proprio non ne può più. Si muove piano sotto il carico enorme, con la paura di risalire. Ma mentre viene su dal ventre della montagna, si apre come un occhio chiaro, di una deliziosa chiarezza d’argento che man mano che sale diventa sempre più luminosa, come se stesse per rispuntare il sole. Possibile? Appena sbucato all’aperto, sbalordito apre le mani, come in un fresco e immenso oceano luminoso, davanti alla Luna. Pur sapendo già cosa sia, solo ora la scopre veramente ed estatico si siede sul suo carico a guardarla. Ciaula si mette a piangere per il conforto e la dolcezza che prova e non sente più la paura e la stanchezza nella notte piena del suo stupore.

 

[1] Cace: è il nome della zolfara in cui la novella è ambientata.

[2] schernire: deridere, prendere in giro.

[3] garzone: lavoratore meno esperto che svolge i lavori più umili, più semplici.