La peste arriva a Milano

Nella primavera del 1630 l’epidemia contina a imperversare a Milano, e la cittadinanza chiede al governatore dei provvedimenti urgenti, a cominciare dalla sospensione delle imposte. Il governatore, impegnato nell’assedio di Casale, fa qualche vaga promessa e non prende alcuna decisione concreta, salvo delegare il gran cancelliere Antonio Ferrer per ogni decisione relativa alla peste.

Si chiede anche al cardinal Borromeo di organizzare una processione con le reliquie di San Carlo,  per combattere la diffusione del morbo. All’inizio Federigo è contrario, poiché una processione non farebbe altro che facilitare il contagio, e questo getterebbe discredito sulla chiesa.

 

La paura degli untori e la processione contro la peste

Nel frattempo l’ossessione per gli untori si diffonde sempre di più, e la furia popolare arriva al punto da linciare alcune persone accusate di aver cosparso le loro sostanze venefiche.

Non solo in città, ma anche nella provincia, si moltiplicano le aggressioni nei confronti di viandanti, presi a calci e pugni solo perché hanno un aspetto strano perché si sono allontanati dalla strada principale.

I magistrati rinnovano la loro richiesta di una processione e alla fine il cardinale, anche per la pressione popolare che richiede a gran voce l’esposizione della salma del santo, non solo accetta di indire la processione, ma fa esporre le reliquie del santo per otto giorno sull’altare maggiore del Duomo.

Tutto questo non trova alcuna opposizione da parte del Tribunale di Sanità, che per limitare il contagio si limita a inasprire le condizioni di accesso in città, e a far inchiodare le porte delle case dei malati, per impedire che escano di casa durante la processione.

Così l’11 giugno 1630, alle prime luci dell’alba, la processione si avvia dal duomo, passando in quasi tutti i quartieri di Milano e rientra solo dopo mezzogiorno.

 

L’esplosione violenta del morbo e l’impegno dei frati cappuccini

Il giorno dopo il morbo si espande in maniera estramente violento, e a tutti appare chiaro che la causa sia stata proprio la processione. Tuttavia la maggior parte delle persone è propensa a credere che l’aumento dei malati sia stato causato degli untori, che approfittando della ressa, hanno scosparso con maggiore facilità le loro sostanze venefiche.

Da questo momento in poi la piaga si espande in maniera sempre più crudele arrivando fino ai mille morti al giorno, e quando l’epidemia finisce, la popolazione è passata da duecentocinquantamila a sessantamila, anche se l’autore avverte che le stime riportante non sono molto affidabili.

Durante questa fase le autorità hanno compiti ardui, e devono provvedere a bisogni enormi con pochi mezzi.

Un grande aiuto viene offerto dai frati cappuccini che si occupano di gestire il lazzaretto e fornire assitenza ai malati, così come da molti ecclesiastici che non si stancano di portare conforto ai bisognosi. Sono molti i cappuccini e i sacerdoti che perdono la loro vita per la loro attività di assistenza ai malati. Lo stesso cardinale Borromeo si assume enormi rischi cacciandosi continuamente in mezzo a schiere di malati e uscendone sempre miracolosamente illeso.

 

I monatti e i loro abusi

Quando si verificano delle emergenze, c’è sempre qualcuno che riesce ad approfittarne. Le figure più losche della pestilenza sono i monatti e gli apparitori. I primi sono incaricati di trasportare i cadaveri, i secondi annunciano con dei campanellini legati alle caviglie, il passaggio dei monatti con i carri di cadaveri.

Quando la situazione diventa ingestibile, in particolar modo i monatti compiono ogni genere di abuso: saccheggiano le case dei malati, chiedono riscatti con minacce varie, lasciano cadere apposta dei cenci infetti per prolungare la peste che per loro è molto redditizia. Ma a volte a saccheggiare le case sono dei semplici ladri o gli sbirri, che in questa occasione si comportano come i peggiori delinquenti.

 

I vaneggiamenti sugli untori coinvolgono anche le persone colte.

Intanto si scatena la caccia agli [1]untori, che vengono considerati degli individui al servizio del demonio. In particolare gira una storiella, non solo a Milano, ma in tutta Italia e perfino in Germania, che racconta di un uomo che era stato invitato a salire su una carrozza da  un individuo dall’aspetto diabolico che gli aveva promesso enormi ricchezza, e avesse cosparso un unguento contenuto in un vasetto.

Purtroppo simili vaneggiamenti non riguardono solo il popolino, ma sono oggetto di discussione anche fra dotti. Il Manzoni cita molte persone colte che hanno sostenuto la teoria degli untori, e le cui idee portato molti pià, e fra questi anche il medico Tadino, seppur sia stato il primo a mettere in guardia dal pericolo della peste, ha sostenuto l’esistenza degli untori adducendo come prova le farneticazioni di alcuni ammalati.

Perfino il cardinale Borromeo subisce il pregiudizio popolare e ammette che probabilmente  la teoria dell’unzione ha un fondo di verità.

Peggio ancora il comportamento di alcuni magistrati, che si lanciano in una folle caccia agli untori e istruiscono processi contro due uomini innocenti che si concludono con terribili torture ed esecuzioni. A questi dedica un volume a parte intitolato Storia della colonna infame.

Molto spesso, chi mette in dubbio l’esistenza degli untori, viene deriso o diffamato, e quindi le persone più sagge preferiscono tacere[2].

 

Alcuni estratti significativi del capitolo 32

 

[1] Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de' mali, irritati dall'insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: chè la collera aspira a punire [...] le piace più d'attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi.

[2] Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d'alcuni, un errore che non s'attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva [...] Si vede ch'era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.

 

 


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