«I sette messaggeri» è un racconto di Dino Buzzati che fa parte della raccolta «Sessanta racconti», pubblicato nel 1958

 

Sono partito quando avevo poco più di trent’anni per esplorare il regno di mio padre. Pensavo di raggiungere i confini in poche settimane, invece sono passati più di otto anni. A volte penso che la bussola sia impazzita, e invece di andare verso sud, continuiamo a girare in cerchio. O forse i confini non esistono e non potrò mai terminare il mio viaggio.

Ho scelto come messaggeri i migliori sette cavalieri del regno, per essere continuamente informato su ciò che accade in città. All’inizio pensavo che fossero troppi, ma adesso mi rendo conto che sono pochi.  Per distinguerli li ho chiamati con nomi alfabeticamente progressivi: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio. Tutti loro mi hanno servito con tenacia e devozione.

Il secondo giorno di viaggio ho fatto partire Alessandro, il primo messaggero. E poi ogni giorno un altro. All’ottavo giorno, quando tutti i messaggeri erano partiti, Alessandro non era ancora tornato. Mi ha raggiunto durante la decima serata. Speravo che ogni messaggero, da solo e in sella a un ottimo cavallo, potesse percorrere una distanza due volte la mia; invece Alessandro aveva potuto solo una volta e mezza.

E così è stato anche per gli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, mi ha raggiunto alla quindicesima. Caio, partito alla quarta, è ritornato alla ventesima. Mi sono accorto che bastava moltiplicare per cinque i giorni fino a quel momento impiegati, per sapere quando il messaggero sarebbe tornato.

Con l’aumentare della distanza, il tempo di ritorno dei messaggeri è diventato sempre più lungo, e le notizie della città sempre più deboli. Mi portavano lettere sgualcite e macchiate di umido, per le notti trascorse all’aperto. Ma sono andato avanti con tenacia, incitando i miei uomini quando mostravano segni di scoraggiamento.

Erano passati quattro anni dalla mia partenza. Il ricordo della mia città, della mia casa, di mio padre diventavano sempre più vaghi. Tra l’arrivo di una messaggero e l’altro ci volevano venti mesi di silenzio e solitudine. Mi portavano lettere ingiallite dal tempo, dove leggevo nomi dimenticati, modi di dire insoliti e sentimenti che non riuscivo più a capire.

Adesso, che sono trascorsi più di otto anni, è arrivato Domenico.Riesce ancora a sorridere, anche se stravolto dalla fatica. Non lo vedevo da quasi sette anni. Per tutto questo periodo non ha fatto altro che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, per portarmi quel pacco di lettere, che ora non ho voglia di aprire. Riparte domani all’alba, per l’ultima volta. Ho calcolato che, se tutto andrà bene, potrò rivedere Domenico fra trentaquattro anni, quando io ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che morirò molto prima.

I messaggi più recenti mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate: mio padre è morto, la Corona è passata a mio fratello maggiore, la gente mi considera perduto, hanno costruito alti palazzi di pietra dove prima c’erano le querce sotto cui andavo a giocare da bambino.

Se Dio vuole, Ettore, il quinto messaggero, mi raggiungerà fra un anno e otto mesi. Non partirà più perché non farebbe in tempo a ritornare. Per questo Ettore e gli altri messaggeri, quando mi raggiungeranno, non torneranno più nella città, ma li manderò avanti per riferirmi ciò che mi attende.

Da un po’ di tempo non rimpiango più le gioie lasciate, ma penso solo alle terre ignote verso cui mi dirigo. Domani mattina riprenderò il cammino, mentre Domenico scomparirà nella direzione opposta, per portare alla città lontanissima il mio inutile messaggio.