Notte d’inverno a Filadelfia fa parte della raccolta Sessanta Racconti, di Dino Buzzati, pubblicata nel 1958. Il racconto usa una struttura narrativa basata sull’analessi (retrospezione o flashback in inglese), in cui la sequenza cronologica degli eventi viene continuamente interrotta per raccontare eventi precedenti.

In questo riassunto i due eventi sono mantenuti separati.

 

Riassunto

 

La guida alpina Gabriele Franceschini.

Ai primi del luglio 1945 la guida alpina Gabriele Franceschini sta esplorando nuovi sentieri sulle Dolomiti, quando vede un paracadute appeso su uno strapiombo. Si ricorda che in gennaio una aereo americano è precipitato. Alcuni aviatori sono riusciti a salvarsi lanciandosi col paracadute. Altri due invece sono stati portati via dal vento e non se n’è più saputo nulla.

Franceschini raggiunge il posto e nota che le cinghie dell’imbracatura del paracadute sono state tagliate con un coltello. Più in basso vede un oggetto rosso. Quando lo raggiunge constata che è un giubbetto di gomma con due leve. Ne muove una e il giubbetto si gonfia con un sibilo. Sopra c’è scritto: Lt. F. P. Muller, Philadelphia (Pa).

Ancora più sotto, sul fondo del canalone, trova un caricatore di pistola con le cartucce tutte sparate, un sciarpa di flanella e una piccola baionetta con la punta spezzata. Dell’uomo nessuna traccia.

Ritornato a valle e avverte il comando americano. Dopo dodici giorni ritorna sullo stesso posto in montagna. Molta neve si è sciolta e alla fine riesce a trovare il cadavere dell’aviatore.

Risale nuovamente qualche giorno dopo, insieme a una decina di militari americani comandati da un tenente. Mettono la salma in un sacco e cominciano lentamente a discendere il canalone pieno di neve. Ma il trasporto risulta particolarmente difficile e i militari decidono di lasciare il corpo dietro una roccia, per venire a prenderlo quando sarà meno pesante.

Così l’aviatore Muller rimane solo, esposto al sole in mezzo alle montagne. I pastori che d’estate passano con le pecore in quella zona, dapprima gli tolgono gli stivaletti di cuoio ancora in buone condizioni, poi bruciano la salma a causa del suo odore terribile.

Gli americani tornano tre mesi dopo, e portano via solo le ossa. Ora del sottotenente Muller non c’è rimasto più nulla, solo una croce e una scritta sulle pietre con il suo nome, fatta dal custode del rifugio per lasciare un ricordo.

 

L’aviatore Muller

Il sottotenente Muller si lancia dall’aereo subito dopo Franklin G. Gogger. Si accorge che il vento lo spinge fuori dalla valle, verso le montagne cariche di neve. Una parete a picco, gialla e grigia gli viene incontro. Batte violentemente contro la roccia e si ritrova sospeso nel vuoto con il paracadute impigliato su un masso sporgente.

Per un po’ di tempo prova a chiamare il suo compagno Gogger, ma risponde solo l’eco delle montagne. Tutto intorno c’è il silenzio assoluto.

Un abbassamento di luce lo avvisa che il sole se ne sta andando e che presto la temperatura sarebbe scesa troppo.

Prende la rivoltella e spara tutti i colpi verso l’alto, con la speranza che qualcuno possa sentirlo. Fuma una sigaretta ma non prova alcun sollievo.

Quando scende la notte, si rende conto di essere completamente solo. Gli uomini, i caldi letti, le spiagge, le ragazze sono solo storie assurde di un altro mondo. Mangia quel poco che ha con sé, beve il gin dalla sua fiaschettina e dopo poco prende sonno.

Si risveglia di notte e vede la sua città: Filadelfia. Ma è profondamente cambiata da come la ricorda. Vede le facciate dei grattacieli risplendere alla luna, vede le strade bianche, le piazze e i monumenti. Ma non capisce come mai non ci sia neanche una luce alle finestre, e perché le strade sono così deserte, senza neanche una macchina. Filadelfia è morta. Un misterioso cataclisma l’ha lasciata così, con le turbine ferme, le caldaie spente, gli ascensori congelati. Il freddo è come una lama che lo taglia, penetra attraverso gli stivali foderati di pelliccia.

All’improvviso si rende conto di non essere a Filadelfia, ma in una schifosa fossa della terra, dove nessuno verrà a salvarlo. Misura l’abisso sotto i suoi piedi e poi come un automa, senza convinzione, quasi per dovere, si sfila la baionetta e la infila tra roccia e roccia per tenersi e inizia a scendere centimetro per centimetro.

Qualcosa sotto il piede scivola via. Sente i sassi che precipitano. Una forza lo spinge all’indietro e la parete diventa quasi orizzontale. La baionetta, volando giù di roccia in roccia, tintinna allegramente. Poi tutto fermo e muto come prima.